7 elementi di buona prassi per le RP

Riprendo l’articolo di Todd Defren di PR Squared perché secondo me riassume perfettamente come il nostro lavoro dovrebbe essere svolto.

1) Le buone RP è dire al cliente quello che ha bisogno di sentire e non quello che vuole sentire. La reputazione del cliente e del consulente sono in gioco per cui per non vanificare lo sforzo di comunicazione conviene che i servizi del cliente che derivano dal prodotto siano perfetti e in linea con quanto promesso.

Lì risiede a mio avviso la missione del consulente. Mi ricordo della frustrazione sofferta quando lavoravo in agenzia quando il mio capo “vendeva” al cliente quello che voleva sentire. Avevamo studiato una strategia ben equilibrata magari un po’ provocatoria, ma alla fine, piuttosto che dedicare tempo a spiegare e talvolta educare, si tornava in ufficio con una incarico basato su un’idea ibrida. Quando penso alla mole di lavoro da svolgere e allo stress per ottenere risultati modesti…. Inoltre, se il mio cliente fa delle promesse sul suo prodotto queste promesse devono essere effettive, altrimenti le attese create porterano solo delusioni, sia ai consumatori sia ai miei contatti.

2) Il lavoro di RP non si ferma al lancio. Le buone RP sono sia la costruzione che il sostegno di un coro di supporto al brand cambiando poco a poco i comportamenti consumistici grazie una corrente di comunicazione solida e genuina sia ai media che ai consumatori.

E’ vero che il lancio di un prodotto è sempre il catalizzatore dell’attenzione. Però  fermare le attività di comunicazione dopo questa fase è senza dubbio un gran peccato. Alcuni clienti desiderano effettuare un investimento di RP soltanto per il lancio di un nuovo prodotto, di una nuova fase di lavoro o di un nuovo servizio senza prospettive di sviluppo ulteriore. Limitare nel tempo e nella strategia un tale investimento a medio termine è sicuramente vano. Mettere in prospettiva la novità includendola all’interno di una strategia più complessa consente sicuramente a portare valore aggiunto al brand o la prodotto stesso nel lungo termine.

3) Le buone RP celebrano i consumatori del cliente in modo inclusivo senza sfruttarlo. Le buone RP accettano i commenti di questi consumatori che siano neutri o critici adattando la strategia su di essi.

Questa affermazione ai tempi dei social media e della comunicazione digitale assume un valore dal quale non si può prescindere. Un brand non può essere sordo su quello che si dice di lui, non può lanciarsi in una comunicazione chiusa. Oggi, chi desidera comunicare sia con i media che con i suoi consumatori e attirarne di nuovi, lo deve fare in modo aperto, stando in ascolto su quello che si dice di lui, accettando le critiche, rispondendo loro in modo tempestivo e pacato, mostrandosi disposto a discutere.

4) Le buone RP sono proattive nella proposta di nuove idee e reattive in caso di crisi. Le buone RP trovano il giusto equilibrio.

Tengo sempre a mente che se un cliente ha deciso di impiegare un consulente, cioè io, le sua aspettative riguardano anche la mia propensione e disponibilità a entrare nel processo creativo legato al marketing dei suoi prodotti. Trovo comunque i momenti di brainstorming sempre molto interessanti, arrichiscono la mia visione della realtà aziendale, mi permettono di capire meglio la cultura, il lavoro che ci sono dietro al prodotto per appunto comunicarlo meglio. La reattività a una crisi è fondamentale per adattare la strategia al momento, rassicurare da una parte e far valere la visione dell’azienda dall’altra.

5) Le buone RP si possono misurare. (E sono anche difficili da misurare ma i clienti hanno parametri spesso diversi).

Ebbene si! Trovo giusto che se il mio cliente effettua un investimento, indipendentemente dal valore del budget, possa misurare sia il mio impegno, sia i risultati ottenuti. Essere evasivo o poco preciso sul modus operandi e sui risultati da una parte creano insoddisfazione – non ci siamo venduti come consulenti affidabili, impegnati, ecc ecc… – e dall’altra vanificano l’investimento. Report, presentazione della rassegna stampa con numeri, l’importante è mettersi d’accordo sulla tipologia di valutazione.

6) Le buone RP fanno leva sulle relazioni che già esistono con le persone influenti – delle relazioni costruite sulla fiducia e la credibilità guadagnate con gli anni.

Ormai tutti possono accedere a database con nomi di giornalisti. Il valore aggiunto del consulente di RP è il suo piccolo quaderno segreto, quello con tutti i nomi delle persone che veramente conosce, di cui ha il cellulare, con cui si relaziona spesso, non solo per parlare dei suoi clienti, i contatti che ha maturato durante tutti gli anni della sua pratica professionale.

7) Le buone RP non hanno bisogno di conoscere persone in particolare nei media. Anche se questo tipo di contatti possono essere utili, le buone RP ottengono “uscite” perché una buona storia è stata raccontata alla gente giusta.

“La buona storia” è fondamentale. I giornalisti ormai ricevono centinaia di email al giorno, solo guardarli tutti richiederebbe ore davanti alla casella di posta elettronica. La vostra notizia,  la storia devono risultare appetibili già dalla linea “oggetto” del vostro messaggio. Esercizio difficile? Certo che lo è! Passare tempo a creare un mailing list ad hoc ne vale la pena. Non spamare i propri contatti sarà sempre molto apprezzato. Non mando un comunicato come una bottiglia al mare a tutti i miei contatti stampa. Mi creo prima una lista di obiettivi da raggiungere: dove voglio uscire valutando le potenzialità che ho e su questa base mi do da fare.

Todd Defren ridefinendo in modo così semplice il mestiere di comunicare ci da alcune chiavi per vedere il nostro lavoro alla giusta misura. Personalmente mi vedo come un tramite, certo non da protagonista, il protagonista è il mio cliente, la sua notizia, il suo prodotto. Assumendo regole di buona prassi, da una parte rispondo alle attese del mio cliente e dall’altra assicuro risultati.

2 Responses to “7 elementi di buona prassi per le RP”


  • Ciao Axelle!
    Molto utile questa lista, soprattutto per chi, come me (giornalista), spesso sta dall’altra parte della barricata, e le pr le deve…subire!
    Conoscere il vostro modus operandi ideale aiuta anche noi ad adottare il comportamento più giusto nei confronti di certe sollecitazioni…non sempre infatti ho buoni rapporti con le pr delle aziende, a causa della loro insistenza e della pochezza di tante iniziative, ma se in alcune circostanze ho potuto fare delle ottime esperienze e conoscere realtà aziendali interessanti il merito è stato proprio del/della pr, della sua professionalità e di come ha saputo organizzare e gestire il tutto, con molto garbo, misura e…sostanza giornalistica!

    Lizzy

  • ciao axl,
    inq uesto post sono riassunte alla perfezione le regole del nostro lavoro. mi ricordo anche io le pause pranzo passate a discutere progetti “giusti” che venivano poi distrutti perchè il capo non aveva abbastanza fegato o perchè riteneva sacrosanto dire sempre di sì. a un cliente bisogna anche poter dire di no, se la sua idea è strategicamente errata. noi siamo consulenti, non yes man/woman!

    alla prossima

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