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Dolci e Fiori – Angela Odone e Joelle Néderlants presentano il 3 dicembre il loro libro di ricette a Eataly Milano (Coin)

Ultimamente ho sviluppato una vera e propria pasione per la pasticceria. Oltre a provare difficoltà a dire di no ai dessert al ristorante mi piace tanto cucinarli. Macaron, cupcake, torte al cioccolato di cui colleziono le ricette, infine la panna cotta divenuta una specie di chiodo fisso (al tè verde, alla citronella…), insomma mi piaccio da pasticcera.

La mia amica Angela mi ha regalato il libro scritto a quattro mani con Joelle Néderlants sua amica e collega giornalista a La Cucina Italiana: Dolci e Fiori, pubblicato da Biblioteca Culinaria. Un libro poetico, che seguendo le stagioni propone deliziose ricette di dolci accompagnate di composizione floreali. Sono ricette raffinate e semplici, fattibili ma se avete dubbi potrete fare tutte le vostre domande alle autrici durante il loro evento di presentazione venerdì presso il negozio Eataly (Coin) di Milano.

QUANDO: 3 dicembre 2010

ORA: h. 17.30

DOVE: Eataly – Coin – Pzza V Giornate -    Milano

Due parole con Sandra Longinotti, food stylist, alla scoperta del suo lavoro.

Ho conosciuto Sandra Longinotti circa cinque anni fa quando ho cominciato a lavorare con La Flute. Mi sono sempre piaciuti i suoi modi gentili e la sua rafinatezza. Poi Sandra non fa il lavoro di tutti. Prima di tutto è una giornalista ma è anche  una food stylist cioè mette la sua creatività al servizio di redazionali che hanno come protagoniste meravigliose ricette che lei rende particolarmente appetitose per scatti che ci mettono l’aquolina in bocca. L’anno scorso, a dicembre, Sandra ha lanciato il suo blog. Un luogo simile a lei dove condivide le sue trovate da foodista, le sue ricette e tanti suggerimenti gustosi.

Sandra Longinotti

Come definiresti il tuo lavoro?

Bellissimo, pieno di spunti, sempre nuovo, appassionante. E molto vario: facendo la food stylist posso lasciarmi andare alla fantasia e amo tantissimo la manualità, il contatto col cibo. Poi, scrivendo articoli di attualità nel mondo del food, mi trovo a contatto con persone molto diverse, dal piccolissimo coltivatore all’imprenditore, e quando intervisto uno chef sono felice di capire cosa mi sta spiegando.

Da quando fai questo lavoro e come hai cominciato?

Mi occupo di food dal 1992, ho iniziato traducendo e revisionando servizi di cucina per una rivista femminile di tendenza. La necessità della redazione di avere una collaboratrice che oltre a tradurre sapesse valutare il testo nasceva dalla telefonata di fuoco di una lettrice a cui era esplosa una torta in forno (la traduttrice aveva confuso cucchiaino con cucchiaio, solo che l’ingrediente era il bicarbonato di sodio per far lievitare il dolce!). Era un’attività che svolgevo per passione come secondo lavoro appena avevo un momento libero, solitamente di sera o durante il week-end, e che mi piaceva molto perché mi avvicinava alla cucina. Successivamente ho iniziato a scrivere articoli e le mie prime ricette.

Oggi, cosa si ricerca nella foto di un piatto, di un ingrediente?

Prima di tutto che sia bello, poi appetitoso, e infine che sembri di semplice esecuzione. A dirlo sembra tutto ovvio, ma è la cosa più difficile da realizzare!

Hai un tuo modo personale di lavorare?

Quando ho iniziato a fare questo lavoro purtroppo non ho avuto qualcuno che me lo insegnasse, così ho fatto affidamento su quanto avevo imparato ai corsi di cucina che avevo frequentato. Per questo non uso tecniche particolari  (tipo colle o altri ingredienti non commestibili), i miei piatti sono tutti veri anche se nel tempo ho imparato alcuni accorgimenti necessari per rendere un piatto “fotograficamente appetibile” (come tenere molto al dente la pasta, utilizzare il sale per mantenere il colore verde della verdura, non condire l’insalata) e quello che esprimo nei miei piatti è semplicemente quello che ho dentro. Anche dal punto di vista giornalistico è stato molto impegnativo, ho dovuto allegerire il mio modo di scrivere e cambiare “mano” diverse volte. Si cambia, si evolve, anche se resta una base costante di come si è, si sente o si pensa. Cambia solo il modo di comunicare, anche mettendo il cibo nel piatto.

In che modo trovi l’ispirazione per le tue ricette?

Penso molto al mio lavoro, praticamente non mi abbandona mai: il cibo e tutto quello che lo riguarda mi accompagna ovunque. Anche in vacanza, oltre ai buon ristoranti, cerco sempre di inserire una visita a un produttore o a una cantina del luogo. Coinvolgo sempre i miei familiari, e con la scusa di fare la spesa non mi perdo nemmeno i mercatini… Così avendo il mio lavoro come sottofondo costante nei miei pensieri, quando penso a una ricetta posso essere ovunque, anche in metrò. Per questo nella mia borsa non manca mai una penna, è un oggetto che mi serve sempre. La carta su cui scrivere può essere anche il retro di uno scontrino, il biglietto del tram o la ricevuta della tintoria, basta che ci sia uno spazio bianco: è incredibile quante idee possano venire in un momento qualsiasi!

Come nasce un servizio di cucina dietro le quinte?

Dopo l’approvazione della scaletta (che nel caso di un servizio di cucina sono le ricette relative a uno specifico tema) da parte della redazione, ho già in mente come realizzare le ricette. A quel punto insieme al fotografo e alla stylist inizia uno scambio di idee di come impostare il servizio, e per ottenere un buon risultato è fondamentale che ci sia un forte affiatamento e molta elasticità. Sul set capita ad esempio che di fronte a un oggetto particolare io riveda la forma o la composizione di un piatto, che il fotografo cambi completamente luci o inquadratura, che la stylist esca per procurare qualcosa in più o che tutti e tre insieme si decida di impostare nuovamente il set per fare la variante di uno scatto.

Qual’è l’ingrediente molto difficile da fotografare, da rendere appetibile e perché. A contrario qual’è quello che rende sempre bene?

Ci sono piatti veramente poco fotogenici, anche se buonissimi. Poi c’è la sensibilità individuale, ogni food stylist ha la sua mano. Se per me è semplicissimo fare le insalate c’è chi giura che sia la cosa più difficile da realizzare. C’è chi è più portato per i dolci, chi per la carne. La verdura, la frutta e il cibo colorato in generale sono naturalmente belli e quindi semplici da fotografare, ma bisogna trattarli con attenzione perché non perdano freschezza e mantengano i loro colori.

Hai qualche trucco da condividere per permettere a un dilettante di presentare sul proprio blog il piatto appena cucinato?

E’ proprio così: il piatto non migliora col passare del tempo. Prima viene scattato e migliore sarà la foto. Quindi prima di mettersi a cucinare è bene sapere cosa si desidera ottenere, scegliere gli accessori per il set, stirare la tovaglia, posizionare gli oggetti e fare l’inquadratura. Appena il cibo è pronto sarà pronto anche il set e in un attimo si potrà scattare e vedere il risultato al pc. Tante volte al monitor appaiono cose sfuggite a un primo esame che poteva esserci sembrato attento, come la trama del tessuto non perfettamente ordinata o l’inquadratura. A quel punto è un attimo tornare al set e rimediare le cose che non ci convincono. Se poi la preparazione ha perso un po’ di freschezza , a volte basta un filo d’olio…

Per un giovane che vorrebbe fare il tuo stesso lavoro, come può prepararsi e come cominciare?

Prima di tutto facendo quanti più corsi possibili per imparare le tecniche e acquisire manualità, poi cucinare spesso tenersi sempre aggiornato e guardare le foto sul web, sui giornali e sui libri più interessanti, anche esteri, cercando di capire come sono stati realizzati i piatti. Purtroppo in Italia  non è un lavoro molto diffuso e ci sono pochissime persone che lo fanno, quindi anche le chance sono molto limitate. Un primo passo è cercare di contattare gli studi fotografici che scattano food e dove si può venire facilmente in contatto con chi lavora come food sylist. A quel punto il secondo step è proporsi come assistente: poter lavorare al fianco di chi è pratico del mestiere è il modo ligliore per formarsi e accorcia moltissimo l’iter, un po’ come fare un corso di food styling.

Per contattare Sandra, qui.

(C)Grazia

Se l’immagine è tutto…..

mi chiedo come mai tante aziende che investono cospicuamente in marketing e comunicazione, non organizzano un proprio shooting per avere materiale di qualità per la loro comunicazione interna ma avere anche foto professionali da dare ai media. L’altro giorno, sfogliando alcuni magazine trade, questo pensiero girava nella mia testa come un ritornello. La maggioranza delle foto erano di pessima qualità. I magazine ormai non inviano più il loro fotografo presso la persona intervistata. Nell’epoca del digitale ci si aspetta che tutti abbiano una foto da comunicare. Si certo, si fa presto a dirlo. Il manager incarica la propria assistente di fotografarlo con la fotocamera familiare e voilà!

Personalmente credo che investire in una sessione fotografica con un fotografo professionale sia importante. Organizzando una mezza/intera giornata con tutto il team, da una parte si può trasformare in team building dall’altra la cura dell’immagine sarà molto positiva per futuri sbocchi redazionali.

A questo punto, perché non affidarsi alle cure di un fotografo professionista, forse anche di un altro settore, invece dello trade della moda ad esempio, che saprà dare uno sguardo nuovo e fresco alle facce, al settore di produzione, all’immagine che si vuole trasmettere.

Quando lavoravo per La Flute, all’inizio, avevamo chiesto a Nancy Fina, fotografa di moda, di curare l’immagine sia di Delphine Veissière sia del team. Il risultato secondo me è stato ottimo. Grazie a queste foto, Delphine ha ottenuto numerose interviste e la giornata passata a scattare è stata credo per tutti  indimenticabile.

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Se l’immagine è tutto….

Concept-store hunter, Vanessa Lopes ci racconta il suo lavoro molto particolare, scovare luoghi inediti per oggetti speciali

Anche se l’appellazione “concept store” è ormai un po’ usata a tutte le salse, quelli veri, quelle caverne di Ali Baba che più che negozi sono gallerie di oggetti scelti con grande cura mi hanno sempre affascinati. 17 anni fa quando sono arrivata a Milano, mi aveva deliziato Fiorucci. Non c’era giro in centro senza tappa da Fiorucci. Poi ho scoperto il bellissimo 10 Corso Como ideato da Carla Sozzani dove mi piace annusare le tendenze e ogni tanto concedermi un acquisto un po’ folle ma sempre nel periodo dei saldi. Mi sono sempre chiesto come avvenivano questi incontri sicuramente non fortuiti tra questi luoghi e gli oggetti esposti. Poi ho incontrato Vanessa e quando mi ha detto qual’era il suo lavoro, ho ben pensato parlarne qui.

Vanessa LopesVanessa  Lopes, brasiliana e milanese di adozione è un’habituée di questi luoghi talvolta mitici dell’alto shopping internazionale. Da San Paolo, passando per Londra, è approdata a Milano nel 2000. Se nel suo paese aveva avuto modo di avvicinarsi al mondo della comunicazione, del retail e dei servizi è in Italia che ha potuto arricchire la sua esperienza. Il suo passaggio in Luxottica l’ha segnata in quanto Brand Manager Internazionale del mitico marchio Ray-Ban. Dal 2007 lavora come consulente, proponendo ai suoi clienti la possibilità di entrare nei migliori negozi di tutto il mondo, i famosi concept store dove i loro prodotti acquisteranno lo status di oggetti culto.

Come definiresti il tuo lavoro?

Potrei dire che sono “una specialista nel product placement distributivo nei concept store”. Mi sono specializzata in una nicchia retail internazionale costituita appunta da concept store e mi propongo alle aziende come una figura strategica che lavora per inserire un prodotto in una distribuzione cosidetta di tendenza. Questa distribuzione diventa dunque una leva di marketing e va utilizzata per riposizionare un marchio, lanciare un’edizione limitata, oppure entrare commercialmente in un nuovo mercato. E’ un concetto nuovissimo, possiamo pensare a un mix tra un cool hunter della distribuzione, un professionista del product placement e un key account manager.

Come hai identificato la tua rete di concept store a livello internazionale?

La conoscenza dei punti vendita è il cuore del progetto ed è un processo continuo di ricerca. Inizio con una fase teorica utilizzando tutti i mezzi di comunicazione a disposizione, ma soltanto quando visito personalmente questi spazi riesco a provare lo stesso coinvolgimento e le stesse sensazioni di un consumatore.

Cosa cerchi in un luogo di vendita?

In verità non cerco niente di particolare. Il mio obiettivo è di “sentire” ogni punto vendita singolarmente per avere una chiara idea di cosa comunica. Attraverso una presenza diretta sul luogo, cerco di identificare la sua personalità, il filo conduttore che unisce assortimento, ambiente e stimoli. Con questa identità già “registrata” sono poi in grado di selezionare i punti vendita più adatti per ogni prodotto.

Quali sono gli ingredienti per creare il negozio perfetto?

I concept store vanno intesi come dei contenitori, non solo di oggetti ma principalmente di emozioni. Direi che non esiste un’idea di negozio perfetto ma piuttosto un insieme di elementi che contribuiscono a creare un’esperienza coinvolgente. Solitamente la coerenza generale del punto vendita e il senso estetico sono due aspetti che mi colpiscono particolarmente.

Secondo te cosa rende un oggetto un oggetto, un prodotto speciale?

Anche nella sfera degli oggetti, le persone sono sempre più sensibili agli aspetti emozionali ed estetici. Per questo il design, il packaging e i materiali impiegati acquisiscono un’importanza pari al contenuto funzionale e tecnologico di un prodotto. Anche la distribuzione fa la sua parte: i prodotti inseriti in un contesto stimolante, al di fuori del suo canale tradizionale, acquisiscono un valore diverso perché giocano sull’effetto sorpresa. Posso citare come esempio un calorifero di design che viene collocato in un locale di tendenza.

Quanti concept store esclusivi nel mondo? In Italia qual è il più famoso e quello che sta emergendo?

Non ho la pretesa di conoscerli tutti, ma dalla mia esperienza credo che si possa parlare di almeno un centinaio nel mondo. In Italia il pioniere è stato Fiorucci, che nel 67 ha creato il noto bazar fusion dedicato ai giovani. Sempre a Milano abbiamo 10  Corso Como, un benchmark internazionale. L’Italia è molto ricca nei format di contenuto innovativo, come quelli che abbinano una selezione di prodotti di lusso a vere opere d’arti, centri benessere, servizi esclusivi e anche spazi di ristorazione differenziati. E’ un canale affascinante e un trend in continua evoluzione in tutto il mondo.

Quali sono le qualità e le competenze per fare bene il tuo lavoro?

Trattandosi di un’attività legata al marketing, posso dire che certamente utilizzo gran parte dei concetti del brand management. Inoltre diventa fondamentale saper negoziare e gestire i rapporti interpersonali, meglio se con la conoscenza delle lingue. Di base servono anche una metodologia precisa, capacità organizzative, spirito di osservazione, intuito e sensibilità. ♦

Il profilo professionale di Vanessa lo trovate qui.

Se volete contattarla, potete scrivere a: vlopes@alice.it

The Cool Hunter

Trendwatching

Il famoso Colette di Parigi.

Merci, l’emergente parigino.